La tragedia è avvenuta a Pieve di Camaiore, in Versilia mercoledì pomeriggio del 1 luglio 2026. Nella casa di famiglia il muratore di 63 anni Piero Moriconi ha ucciso la moglie Kety Andreoni e il figlio Mirko Moriconi. Gli elementi finora acquisiti dagli investigatori dei Carabinieri fanno luce sui mezzi e sulle dinamiche dell’azione, mentre le dichiarazioni rese dall’indagato durante l’interrogatorio con la pm Elena Leone forniscono la sua versione dei fatti.
Accertamenti medico-legali e riscontri balistici
Secondo l’autopsia eseguita dal medico legale Stefano Pierotti le vittime sono state raggiunte da colpi esplosi con un fucile di calibro 12. I referti indicano che l’arma è stata ricaricata durante la sequenza degli spari: tre colpi hanno colpito la madre e due il figlio. Questo quadro è stato confermato dal comandante provinciale dei CarabinieriMichele Lastella che ha sottolineato come gli aspetti tecnici dell’azione siano sostenuti dai riscontri balistici. Il fucile calibro 12 è il dettaglio chiave che collega i rilievi sulla scena del crimine ai risultati autoptici, e la presenza della ricarica indica una determinazione nel gesto.
Michele Lastella ha definito la vicenda come «Situazione familiare molto complessa» e ha chiarito la posizione degli investigatori sul possibile ruolo dell’orientamento sessuale del giovane: «Non è la causa scatenante, anche se potrebbe essere una concausa». Queste parole riassumono lo stato degli accertamenti, che al momento verificano una concatenazione di fattori che hanno portato alla tragedia.
Dichiarazioni dell’indagato, contestualizzazione del movente
Nell’interrogatorio con la pm Elena LeonePiero Moriconi ha fornito una ricostruzione personale degli avvenimenti e delle tensioni che avrebbero preceduto il delitto. L’indagato ha ammesso l’azione con la frase «L’ho fatto perché andava fatto» e ha indicato l’episodio di una lite legata a questioni economiche come immediato antecedente: «Ieri ho litigato: l’ennesima discussione sui soldi. Mio figlio non faceva altro che chiedermi soldi». Nell’atto di interrogatorio sono riportate anche affermazioni sull’atteggiamento del figlio: «Mio figlio era iperattivo e psichiatrico» e «Mio figlio era pazzo e mia moglie mi picchiava».
Riguardo all’orientamento sessuale di Mirko, l’indagato ha dichiarato: «Io ero ansioso perché mio figlio era gay». Le indagini valutano in che misura questo elemento abbia influito sulle dinamiche familiari, tenendo conto anche di altri elementi emersi, come il ritrovamento di una dose per uso personale nel retro della custodia del telefono del giovane e i rapporti conflittuali tra i coniugi. L’avvocato difensore Giacomo Fabbri ha descritto la decisione come il gesto «di un uomo esasperato e distrutto da una situazione familiare insostenibile».
Reazioni locali e cerimonie funebri
La comunità di Pieve di Camaiore si è raccolta attorno alle vittime: nella Chiesa di Pieve di Camaiore sono stati celebrati i funerali di Mirko e di Kety. Nelle ore seguenti alla tragedia è stata annunciata una fiaccolata promossa da colleghi e conoscenti, e il lutto ha coinvolto anche il luogo di lavoro del giovane, un locale nella Darsena di Viareggio dove venivano ricordati il suo sorriso e la passione per il canto. Tra i post pubblicati in vita, alcune parole del giovane emergono come traccia di un conflitto interiore: «La vita è stata dura con te, ma non ti sei mai arreso» e «Forse è questo il senso del mio vivere».
Le indagini condotte dalla Compagnia di Viareggio e coordinate dalla magistratura proseguono per chiarire compiutamente le responsabilità e il ruolo di ciascun elemento ricostruito. Al momento i rilievi tecnico-scientifici e le dichiarazioni raccolte costituiscono il frame entro cui si svolgono gli ulteriori accertamenti.



