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Aseba a Figline Valdarno: trent’anni di inclusione e laboratori che fanno comunità

Da un nucleo di famiglie del 1996 a un laboratorio a Figline Valdarno: Aseba, o «Senza Barriere», coinvolge oggi circa quaranta volontari e associati tra attività manuali, mercatini e un negozio di abbigliamento usato aperto da due anni.

Aseba a Figline Valdarno: trent’anni di inclusione e laboratori che fanno comunità

Nel 1996 un gruppo di famiglie si radunò per rispondere a bisogni concreti legati alla disabilità: da quell’incontro è nata l’associazione Asebaconosciuta anche con il nome «Senza Barriere». Quell’iniziativa, partita a Rignano con poche famiglie, è poi cresciuta e oggi riunisce circa quaranta elementi tra volontari e associati, con una sede laboratoriale a Figline Valdarno che funge da punto di aggregazione e attività.

La storia di Aseba è segnata da radici familiari e da un forte spirito cooperativo: genitori, volontari e chi ha incontrato l’associazione nel tempo hanno trovato uno spazio dove il lavoro manuale, le relazioni e le esperienze fuori sede diventano strumenti di inclusione. Questo articolo ricostruisce i passaggi principali, le attività consolidate e le aspirazioni future della comunità.

L’origine a Rignano e l’espansione a Figline Valdarno

La nascita dell’associazione risale al 1996, quando una decina di famiglie si organizzarono per affrontare la carenza di servizi e cure sul territorio. Maria Viti, tra i membri fondatori, racconta che si sono riuniti per ottenere risposte concrete: «Aseba è nata da un gruppo di genitori che avevano bisogno di tutto». Da quel nucleo iniziale l’associazione ha mantenuto la vocazione volontaria e non profit, concentrandosi su rapporti con scuole ed enti locali per favorire l’inserimento e combattere l’emarginazione.

Pur conservando una piccola sede a Rignano, Aseba ha trasferito molte attività nel laboratorio di Figline Valdarnoche è descritto come una piccola oasi per persone spesso incomprese. Il laboratorio funziona non solo come luogo produttivo, ma soprattutto come spazio relazionale dove si costruiscono routine, progetti e legami tra partecipanti di diverse età.

Laboratorio, tessitura e attività che uniscono

Tra le attività stabili dell’associazione spicca la pratica della tessitura a mano su telaio: i manufatti realizzati vengono poi venduti nei mercatini locali, e il processo creativo è concepito come strumento di relazione oltre che come fonte di ricavo. Laura Ermini, entrata in contatto con Aseba nel 2003 e oggi presidente, descrive l’impatto sul proprio percorso personale e familiare: dopo l’incontro con l’associazione «mi si è aperto un mondo» e ha trovato persone che «parlavano lo stesso linguaggio».

Oltre al laboratorio e ai mercatini, l’associazione organizza recite, cene e uscite collettive; tra le esperienze citate c’è una gita a Pisaavvenuta quest’annoche ha incluso visita turistica e un pranzo condiviso. Queste iniziative sono finanziate dai proventi delle vendite e dall’impegno diretto dei ragazzi, dei genitori e dei volontari, e servono sia a creare momenti di socialità sia a dare una valenza educativa alle attività.

Un negozio di abbigliamento usato come progetto sociale

Da due anni Aseba gestisce anche un negozio di abbigliamento usato, acquisito in comodato d’uso vicino al laboratorio. Tutti i capi sono venduti a 1 euroun prezzo simbolico che permette di coinvolgere la comunità locale e di generare risorse per le attività associative. I ragazzi partecipano alla sistemazione degli articoli, rendendo il negozio non solo una fonte di finanziamento ma anche un ulteriore luogo di apprendimento pratico e partecipazione.

Personale, famiglia e progetti per il futuro

La dimensione comunitaria di Aseba è spesso sintetizzata nella definizione: «È una grande famiglia, diciamo la verità». Questa percezione conviviale non elimina però le preoccupazioni dei genitori, che sottolineano la necessità di evitare che l’associazione diventi un luogo separato dalla società: il principio di «non creare un ghetto» è centrale nelle scelte progettuali, perché l’obiettivo è favorire l’inclusione fuori e dentro l’associazione.

Tra le sfide più urgenti indicate dalla dirigenza c’è il tema del “dopo di noi”i genitori stanno invecchiando e desiderano costruire soluzioni abitative e di supporto che consentano ai loro figli di vivere con autonomia. L’idea discussa è quella di una casa famiglia in cui accogliere un numero contenuto di persone — indicativamente 5-6 — assistite da operatori, per garantire continuità di cura e socialità sia durante la vita dei genitori sia dopo di loro.

Un altro nodo critico è il ricambio generazionale: la presidente invita le famiglie di giovani con disabilità medio-grave a conoscere l’associazione e a partecipare, spiegando che il coinvolgimento di nuovi genitori è fondamentale per la sostenibilità delle attività. La richiesta rivolta alla comunità è concreta: avvicinarsi per comprendere, offrire tempo e competenze e contribuire a far progredire una realtà nata nel 1996 che oggi conta circa quaranta persone impegnate.

La storia di Aseba è un esempio di come la coesione locale e il volontariato possano trasformare bisogni individuali in progetti collettivi strutturati. Tra laboratorio, mercatini, un negozio sociale e piani per il futuro abitativo, l’associazione continua a lavorare per costruire opportunità concrete di inclusione nella propria comunità.

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