La peste suina africana sta mettendo a dura prova gli allevatori della Toscana minacciando la sopravvivenza di una delle razze suine più antiche e pregiate d’Italia: la Cinta Senese. Questo virus, che si diffonde principalmente attraverso i cinghiali selvatici ha già colpito diversi allevamenti nella regione, mettendo in allarme il Consorzio di tutela della Cinta Senese Dop.
La situazione è critica, soprattutto per gli allevamenti che praticano il pascolo brado una caratteristica distintiva di questa razza. Gli animali, abituati a vivere all’aperto e a nutrirsi principalmente attraverso il pascolamento, sono particolarmente esposti al rischio di contagio. Questo metodo di allevamento, che garantisce la qualità e l’identità della produzione, rende però difficile garantire una separazione completa dalla fauna selvatica.
I primi casi di positività in Toscana
Il primo focolaio è stato individuato a Comano in provincia di Massa-Carrara. Nei giorni scorsi, due suini rinvenuti morti in un allevamento di San Marcello Piteglio nel pistoiese, sono risultati positivi al virus. Questi episodi hanno acceso i riflettori sulla vulnerabilità della Cinta Senese, una razza allevata prevalentemente allo stato brado o semibrado nei boschi e nei pascoli della Toscana.
La diffusione del virus ha già portato all’abbattimento di circa 300 capi pari al 10% del patrimonio totale di 3mila capi. Questo rappresenta un duro colpo per gli allevatori, che hanno già rafforzato le misure di biosicurezza all’interno delle aziende, anche grazie ai contributi ricevuti.
Le difficoltà degli allevatori
Gli allevatori di Cinta Senese si trovano ad affrontare una situazione particolarmente complessa. La modalità di allevamento, che prevede il pascolo brado, rende difficile impedire il contatto con la fauna selvatica, in particolare con i cinghiali, considerati il principale veicolo di diffusione della malattia. Inoltre, molti allevamenti sono localizzati in territori collinari, montani e marginali, spesso caratterizzati da un’elevata densità di fauna selvatica.
Nicolò Savigni, presidente del Consorzio di tutela della Cinta Senese Dop ha dichiarato: “Dal 2026 chiediamo alle istituzioni di costituire un nucleo di riproduttori in un luogo isolato e protetto. Il tempo dei rinvii è finito: servono decisioni immediate per salvare la razza e le aziende della filiera.”
L’appello alle istituzioni
Il Consorzio di tutela della Cinta Senese Dop ha lanciato un accorato appello alle istituzioni, chiedendo interventi concreti e immediati. L’appello è rivolto alla Regione toscana al Ministero della Salute al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e al Commissario straordinario alla Peste Suina Africana.
In gioco non c’è solo la tenuta economica di un comparto che coinvolge 79 allevatori6 macelli e 18 imprese di trasformazione con un valore stimato di circa 5,5 milioni di euro. È a rischio anche la salvaguardia di una delle razze suine più antiche e rappresentative della Toscana, simbolo di un modello di allevamento strettamente legato al territorio e alla sua biodiversità.
Il Consorzio chiede un piano di interventi che non si limiti alle aziende agricole, ma coinvolga anche il territorio circostante, attraverso un rafforzamento della sorveglianza, il contenimento della popolazione di cinghiali e specifiche misure di protezione per gli allevamenti. “Siamo davanti a un pericolo reale“, ha sottolineato Savigni, “non più a un’ipotesi lontana.”



