Il Governo guidato da Giorgia Meloni ha annunciato la prossima presentazione di un provvedimento che fisserebbe un tetto massimo del 30% di studenti stranieri per classe riprendendo una circolare del 2010 ad opera di Mariastella Gelmini. La misura prevede inoltre l’obbligo di apprendere l’italiano per i genitori di alunni con gravi difficoltà di inserimento e il divieto di burqa e niqab nelle scuole. L’intervento ha subito suscitato un acceso dibattito in Toscana, dove amministratori locali e politici regionali hanno espresso critiche e preoccupazioni.
Le reazioni più puntuali provengono dal Partito Democratico regionale. I consiglieri Simone Bezzini e Simona Querci hanno definito la proposta “scellerata”, sottolineando che “etichettare bambini sulla base della loro origine è un percorso profondamente sbagliato”. I due chiedono, invece, che il Governo destini risorse al potenziamento del personale docente e ai servizi di supporto linguistico, affinché l’apprendimento dell’italiano avvenga in maniera efficace e l’integrazione sia reale.
Le critiche del Partito Democratico e le proposte alternative
Secondo gli esponenti dem, la risposta a classi con alta percentuale di alunni con difficoltà linguistiche non può essere un limitazione numerica ma un investimento mirato. Propongono l’assunzione di insegnanti specializzati nell’italiano L2 la presenza di mediatori linguistico-culturali e la creazione di “educatori di corridoio” capaci di mantenere un dialogo costante con le famiglie. In questo modo, la scuola pubblica potrebbe continuare a garantire pari opportunità a tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro provenienza.
Proposte concrete di investimento
Bezzini e Querci hanno richiesto che la legge di bilancio concentri fondi su programmi di alfabetizzazione e su attività extra-scolastiche volte a rafforzare le competenze di base. Evidenziano come, in Toscana, la scuola debba continuare a “accogliere e offrire le stesse opportunità, indipendentemente dalla famiglia in cui è nato o dal Paese da cui proviene”. Questo approccio, secondo loro, garantirebbe una vera integrazione senza ricorrere a restrizioni numeriche.
Il caso di Prato: un tetto del 30% difficile da applicare
Il sindaco di Prato, Matteo Biffoni, ha inviato una lettera aperta alla premier, sottolineando l’impraticabilità del limite nella sua città, dove la presenza di studenti di origine straniera è particolarmente elevata. Secondo Biffoni, rispettare il tetto del 30% costringerebbe molte famiglie a spostare i propri figli in plessi molto più lontani, andando contro il principio della “scuola di prossimità”. Il sindaco evidenzia anche che Prato registra un tasso di dispersione scolastica dell’11%, con oltre 500 giovani che abbandonano la scuola ogni anno.
Dati sulla dispersione scolastica a Prato
Oltre al problema dell’abbandono, a Prato si contano circa 300 minorenni non iscritti a nessun istituto – quasi tre quarti di origini cinesi – e quasi il 50% degli studenti che termina la scuola media non raggiunge le competenze alfabetiche richieste a livello nazionale. Biffoni propone quindi l’introduzione di insegnanti specializzati in italiano L2 mediatori culturali e facilitatori di classe per migliorare il rapporto scuola-famiglia e garantire un percorso formativo più inclusivo.
La difesa di Fratelli d’Italia e la posizione del governo
Fratelli d’Italia, attraverso il parlamentare europeo Francesco Torselli, ha respinto le critiche del centrosinistra definendole “propaganda d’accoglienza”. Torselli sostiene che il tetto del 30% è un provvedimento di “puro buon senso” volto a tutelare la qualità dell’istruzione e a facilitare l’integrazione, affermando che in classi con pochi alunni stranieri l’apprendimento della lingua avviene più rapidamente.
Il parlamentare ha inoltre difeso il divieto di burqa e niqab, definendolo un “principio di civiltà, trasparenza e sicurezza” da rispettare nelle aule. Secondo lui, l’integrazione autentica passa dall’apprendimento dell’italiano e dal rispetto dei valori della Costituzione, non da “scorciatoie ideologiche”. Le posizioni contrastanti mostrano come la questione del tetto al 30% sia ormai al centro del dibattito politico toscano, mettendo in luce la tensione tra necessità di investimento concreto e logiche di controllo numerico.


