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Il cimitero militare del Passo della Futa e la storia dimenticata degli ucraini

Tra le montagne del Mugello, un'iscrizione in un cimitero militare racconta una storia di resistenza e indipendenza ucraina

Il cimitero militare del Passo della Futa e la storia dimenticata degli ucraini

Tra le oltre trentamila croci del Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa una lapide in particolare racconta una storia di resistenza e indipendenza che risuona con drammatica attualità. Nella cripta del sacrario, un’iscrizione in ucraino e latino recita: «Ai combattenti per la libertà dell’Ucraina», datata 1947. Questa testimonianza, nascosta tra le montagne toscane, ci trasporta in un’epoca di lotte e contraddizioni che ancora oggi influenzano il presente.

Per comprendere il significato di questa iscrizione, dobbiamo ripercorrere gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale e le lotte per l’indipendenza dell’Ucraina. Un popolo schiacciato tra il terrore sovietico e l’illusione della libertà, un popolo che ha lottato per la propria identità e sovranità.

Il dramma dell’Ucraina tra Stalin e Hitler

Negli anni ’30 e ’40, l’Ucraina era un paese devastato dal pugno di ferro di Giuseppe Stalin. La grande carestia, l’Holodomor e le violente purghe sovietiche avevano mietuto milioni di vittime. Quando la Germania invase l’Unione Sovietica nel 1941, ampie fasce della popolazione dell’Ucraina occidentale videro nell’avanzata tedesca un’opportunità per spezzare il giogo repressivo di Mosca e ricostituire uno Stato indipendente.

Questa speranza si rivelò un’illusione tragica. L’impero hitleriano considerava gli slavi come popolazioni inferiori e le aspirazioni di indipendenza vennero rapidamente represse. I leader politici furono arrestati e le speranze di libertà si infransero contro la cruda realtà della guerra.

La spaccatura del nazionalismo ucraino

Il fronte ucraino dell’epoca era profondamente diviso. Da un lato, i soldati della 1ª Divisione Ucraina (ex 14ª Divisione Waffen-SS Galizien), una formazione promossa dalle correnti nazionaliste più moderate (OUN-M), speravano di dotare la futura Ucraina libera di un esercito convenzionale. Dall’altro, la fazione radicale guidata da Stepan Bandera (OUN-B) e il suo braccio armato clandestino (l’UPA) scelsero la via della guerriglia nei boschi, combattendo contro i sovietici e scontrandosi spesso con gli stessi tedeschi.

Bandera fu persino incarcerato dai nazisti nel campo di concentramento di Sachsenhausen per essersi rifiutato di ritirare la dichiarazione d’indipendenza ucraina. Tra i soldati in divisa della Divisione e le milizie di Bandera non vi fu alleanza, bensì una profonda e talvolta violenta rivalità strategica.

La prigionia in Italia e la tomba alla Futa

Nel maggio del 1945, per evitare la cattura e le ritorsioni delle truppe sovietiche, circa 10.000 soldati della Divisione si arresero agli Alleati anglo-americani in Austria e furono trasferiti in Italia nel campo di prigionia di Rimini-Bellaria. Tra il 1945 e il 1947, mentre l’URSS ne pretendeva la deportazione, la diplomazia occidentale e il Vaticano ne impedirono l’estradizione, riconoscendoli come rifugiati politici.

Fu durante la permanenza a Rimini che i prigionieri scolpirono le prime stele in memoria dei compagni caduti. Quando negli anni ’60 le salme sparse nei vari cimiteri provvisori d’Italia vennero accentrate al Passo della Futa, le loro lapidi vennero preservate e collocate nella cripta del sacrario mugellano.

Oggi, quel blocco di marmo alla Futa testimonia quanto sia stato lungo, drammatico e frastagliato il percorso di un popolo schiacciato tra le grandi potenze del Novecento. Una memoria che il Mugello custodisce e che oggi ci ricorda come la sete di libertà dal dominio russo arrivi da molto lontano.

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