Firenze sta vivendo una profonda trasformazione del suo tessuto commerciale. Secondo i dati elaborati da Confesercenti Firenze, tra il 2019 e il 2025 il numero di negozi al dettaglio nel capoluogo toscano è diminuito di 1.203 unità con una contrazione del 17,7%. Questo fenomeno non riguarda solo l’economia, ma sta cambiando il volto di intere strade e quartieri, privandoli di servizi essenziali e presidi sociali.
I numeri della crisi commerciale a Firenze
I dati camerali elaborati da Confesercenti Metropolitana di Firenze rivelano una situazione preoccupante. Nel Comune di Firenze, le imprese registrate del commercio al dettaglio in sede fissa sono passate da 6.798 a 5.595. La spesa delle famiglie non più intercettata dal circuito economico locale per effetto della desertificazione commerciale ammonta a circa 180 milioni di euro.
Allargando lo sguardo all’intera Città Metropolitana di Firenze la situazione diventa ancora più critica. Gli esercizi commerciali sono passati da 13.354 a 11.164 con una riduzione del 16,4%. In questo caso, la stima dei consumi sottratti al territorio raggiunge i 329 milioni di euro.
A diminuire drasticamente sono anche gli addetti indipendenti vale a dire autonomi e piccoli imprenditori. Il calo registrato è del 22,7% nel capoluogo, con 1.453 lavoratori in meno e del 21,6% su scala metropolitana, dove ne sono scomparsi 2.931.
Le cause della desertificazione commerciale
Secondo Claudio Bianchi, presidente di Confesercenti Metropolitana di Firenze, dietro questi numeri ci sono trasformazioni che partono da lontano. “Ai problemi storici che si sono accumulati negli anni, come il cambiamento dei modelli di consumo, la nascita dei centri commerciali e l’aumento dei costi degli affitti e della gestione dei locali, dopo il Covid si è aggiunta la crescita del commercio online“, spiega Bianchi. “Un canale che ha completamente stravolto il settore, facendo sì che una parte sempre maggiore degli acquisti non passi più attraverso i negozi tradizionali”.
Le attività che stanno soffrendo di più sono quelle che per decenni hanno rappresentato il classico negozio sotto casa. “Stanno scomparendo soprattutto i negozi a servizio dei residenti. Penso alle mercerie, ma oggi stanno registrando cali significativi e chiusure importanti anche i negozi di abbigliamento, di scarpe e le profumerie”, afferma Bianchi.
L’impatto sui piccoli centri
Un fenomeno che, fuori dalle aree maggiormente interessate dai flussi turistici, diventa ancora più evidente e che nell’area metropolitana rischia di coinvolgere anche i piccoli centri. “In alcuni paesi si rischia una vera e propria desertificazione commerciale”, avverte Bianchi. “Il passo successivo può essere l’allontanamento anche di altri servizi, come poste e banche. In questo modo si perde il senso di comunità e quel presidio sociale rappresentato dalla bottega”.
Le conseguenze economiche e sociali
Secondo le stime di Confesercenti, per ogni 100 euro spesi nei negozi di vicinato circa 70 rimangono sul territorio attraverso redditi, occupazione, affitti, fiscalità e servizi. Una proporzione che, secondo l’associazione, si ribalta nel caso degli acquisti sulle grandi piattaforme internazionali, con 70 euro ogni 100 che lascerebbero invece il circuito economico locale.
Ad aggravare la situazione c’è poi un altro problema: il ricambio generazionale. Sempre meno giovani sarebbero disposti a raccogliere il testimone di attività portate avanti per decenni. “È difficilissimo. Se escludiamo i pubblici esercizi, per quanto riguarda il commercio è quasi impossibile”, racconta Bianchi. “Abbiamo tantissimi soci che hanno ormai raggiunto l’età della pensione, ma continuano a tenere aperta la propria attività semplicemente perché non trovano alcun ricambio generazionale. Quando non ce la fanno più, abbassano definitivamente il bandone e finisce la storia dell’azienda”.
Il timore è che quello registrato negli ultimi sei anni non sia un fenomeno temporaneo. Se il ritmo delle chiusure dovesse proseguire, secondo Confesercenti il rischio sarebbe quello di vedere progressivamente scomparire la rete commerciale da alcune zone della città.
Le proposte di Confesercenti
Per provare a invertire la rotta, Confesercenti sta portando avanti anche la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare “Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità”, con l’obiettivo di raggiungere le 50mila sottoscrizioni necessarie.
Tra le richieste c’è l’istituzione delle zone economiche speciali di prossimità nelle quali prevedere agevolazioni e sostegni per le attività. “Bisogna riconoscere il servizio sociale e anche di sicurezza garantito dalle botteghe”, conclude Bianchi, “prevedendo una serie di defiscalizzazioni e sostegni che permettano a questi negozi di continuare a esistere. Deve essere riconosciuto il loro status di servizio al cittadino e non considerarli esclusivamente come attività economiche”.



